Prot. nr. 1536.07
Napoli, 30/10/2007
INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Il sottoscritto Consigliere Comunale Andrea SANTORO
PREMESSO CHE
1. secondo i calcoli della Corte dei Conti, l’ammontare complessivo del capitale “swappato” nel 2006, solo dalle regioni, è stato di quasi 10.5 miliardi di euro, con un incremento, rispetto al 2005, di 4.2 milioni di euro;
2. la cifra di ogni collocamento effettuato sui mercati internazionali viene ampiamente esaltata ed additata quale esempio di affidabilità e credibilità cui riscuote l’ente territoriale nei confronti di investitori stranieri;
3. nessun accenno è stato viceversa mai fatto rispetto alle osservazioni della Corte dei Conti, e cioè che queste operazioni rappresentano una accumulazione di debito che peserà sulle generazioni future;
4. nonostante normative sempre più rigide intese ad evitare slittamenti di oneri di rimborso su esercizi futuri, gli amministratori pubblici rimangono orientati verso l’acquisizione del vantaggio più immediato di queste operazioni, ovvero fare cassa senza rappresentarla come passività nei bilanci e spalmare il debito su periodi più lunghi del ciclo politico;
5. inoltre, con i derivati gli enti territoriali si accollano a volte dei rischi finanziari (le cosiddette liability) che non solo non vengono mai messi in bilancio, ma spesso non vengono neppure capiti;
6. alcuni commentatori bancari stranieri, hanno affermato che “grazie ai derivati, i guadagni che certe banche sono riuscite a fare con gli enti territoriali italiani, non sarebbero stati possibili da nessun altra parte.”;
7. altre fonti autorevoli hanno dichiarato che “il settore pubblico italiano può produrre profitti di svariati punti percentuale sul capitale contratto, il cosiddetto nozionale, e cioè il doppio, il triplo o anche più della norma.”;
8. È stato aggiunto: “ci sono state operazioni in cui in Italia qualcuno è addirittura arrivato a sfiorare anche i dieci punti, un margine impossibile da raggiungere in qualsiasi altro paese al mondo per questo tipo di attività.”;
9. consultando banchieri che hanno lavorato e lavorano in tre delle maggiori banche d’investimento del mondo, il Sole 24ore ha però calcolato che negli ultimi due anni la media è oscillata tra i 350 e i 500 milioni di euro all’anno, riconoscendo da un lato che profitti da centinaia di milioni non sono ovviamente né un abuso né un’anomalia in finanza, dall’altro che in casi del genere non è sempre solo il mercato a permettere profitti particolarmente alti, bensì la disinformazione e a volte addirittura l’intesa tra le parti interessate;
10. secondo la normativa italiana, le banche sono libere di emettere titoli obbligazionari e fare ricorso a strumenti derivati con un piano di rimborso ammortizing e cioè come quello dei mutui convenzionali, con un piano di ammortamento che permette di pagare un po’ alla volta sia capitale che interessi, oppure con rimborso del capitale alla scadenza, cioè la cosiddetta struttura bullet. In questo secondo caso, però, per garantire che vi siano comunque accantonamenti spalmati lungo tutto il periodo in questione, la legge prevede l’obbligo di effettuare uno swap per trasformare il titolo obbligazionario bullet in uno ammortizing il che comporta la costituzione di un fondo di ammortamento reinvestibile, il sinkingfund;
11. per le banche la differenza tra un’emissione ammortizing o un emissione bullet è sostanziale. Nel primo caso i guadagni derivano dalle commissioni di collocamento, che solitamente si tengono sotto il singolo punto percentuale del nozionale (tra lo 0,30% e lo 0,40% a seconda della scadenza). Nel secondo caso, oltre alle commissioni di collocamento, le banche hanno un profitto aggiuntivo creato dalla strutturazione e gestione del sinkingfund;
12. Tecnicamente “con il sinkingfund l’ente si assume un rischio creditizio equivalente al valore del capitale immesso nel fondo, lasciando alla banca la libertà di inserire e sottrarre obbligazioni dal paniere degli investimenti consentiti dal contratto. In più permette alle banche di tenere per sé il differenziale tra i profitti che fa e il tasso delle cedole da pagare all’ente.”, spiega un banchiere, che chiarisce “in altre parole, se va molto bene, la banca fa un sacco di soldi, se va molto male l’ente ne perde una montagna. Come è successo con l’Acquedotto Pugliese dove la Puglia ha perso 20 milioni di euro.”;
13. In questo modo “più è alto il nazionale e più lunga è la durata del bond, maggiore è il valore del sinkingfund per la banca. Se non proprio di un assegno in bianco, si tratta di un’opzione ad investire soldi altrui per due o tre decenni con copertura del rischio e con il diritto ad incassare buona parte dei profitti.”;
14. Ciò nonostante gli amministratori quando devono rivelare i costi di una operazione, sottolineano sempre di aver strappato tassi bassi pagando commissioni irrilevanti. I valori di mercato del rischio creditizio offerto dall’ente, che di fatto costituisce un costo aggiunto, ed i profitti fatti dalle banche sui derivati non vengono invece mai menzionati. Né tantomeno viene menzionato che le coperture sul rischio cedute alle banche sono una forma di esposizione e di potenziale passività fuori bilancio;
15. I sicuri profitti da decine di milioni di euro ad operazione spiegano come mai le banche abbiano interesse a che le emissioni siano di tipo bullet e non ammortizing. Infatti in Italia la stragrande maggioranza delle emissioni lo sono finora state;
16. Per assicurarsi che l’emissione sia bullet, molte banche spacciano per verità quello che i tecnici ed in alcuni casi anche i banchieri, riconoscono essere una forzatura e cioè che l’emissione ammortizing è difficile da collocare sul mercato. Ciò per indirizzarli verso il bullet al quale segue il sicuro swap;
17. emergono forti dubbi e preoccupanti perplessità sulla natura e sull’entità dei capitali “swappati” dal Comune di Napoli, in particolare nel 2006, con copertura di rischio fornite alle banche che si traducono in un vero e proprio danno per i cittadini;
18. in particolare desta apprensione la gestione da parte dell’ente regionale dei sinkingfund, fondi di ammortamento reinvestibili, con i quali il rischio creditizio è elevatissimo tanto da rendere assolutamente necessario avere un know how e strumenti tecnici comparabili a quelle dei grandi banchieri internazionali oltre a personale estremamente qualificato per quantificare il rischio ed il valore di un prodotto;
19. il ricorso a strumenti “derivati” ed a programmi di emissione obbligazionaria da parte del Comune di Napoli non trova riscontri negli ultimi bilanci, e questo non comporta una novità visto che è proprio questo uno dei vantaggi preferiti dell’amministrazione dell’Ente, non consentendo di comprendere appieno quali siano i profitti incassati ma soprattutto quali siano i guadagni da parte delle banche e quindi il “debito” procurato ai cittadini che naturalmente saranno chiamati a contribuire alla riparazione del disastro procurato attraverso l’aumento delle imposte locali;
20. sarebbe utile, in questo caso, anche chiarire l’interessamento o meno a tali operazioni finanziarie di investimento obbligazionario di intermediari di vario genere atti a portare a compimento affari che spesso finiscono per essere dei veri e propri inganni per gli enti coinvolti a tutto vantaggio, ovviamente, delle proprie Success Fee di centinaia di migliaia di euro;
21. il Comune di Napoli risulterebbe, alla luce di quanto esposto, un vero e proprio “rifugio” per gli investitori internazionali ed, in particolare, per le banche che promuovono programmi di emissione obbligazionaria;
INTERROGA
Il Sindaco di Napoli e l’Assessore al Bilancio per conoscere:
1. Quali siano, ad oggi, i prodotti derivati cui ha fatto ricorso il Comune di Napoli e quali i costi sostenuti per quel che riguarda i cosiddetti “costi impliciti”, cioè quanto ha speso il Comune solo per fare l’operazione.
2. Quali siano le eventuali banche presso le quali sarebbero stati attivati programmi di emissione obbligazionaria da parte dell’ente napoletano e quale sia l’ammontare delle operazioni stesse.
3. Quali sono gli intermediari finanziari che hanno interagito tra il Comune di Napoli e gli enti creditori.
4. Se sia possibile ricevere informazioni anche in relazione ad eventuali rimodulazioni di tali prestiti obbligazionari e quale sia l’entità dei costi sostenuti per la stipula.
5. Quale sia il valore di unwinding dello swap, cioè i costi che il Comune dovrebbe accollarsi per annullare le operazioni in essere.
6. In relazione a quanto citato in premessa sugli effetti di tale preoccupante fenomeno dei derivati in quanto difficili da sostenere per il futuro, quale sia la spalmatura prevista per i prossimi anni che andrà a ricadere sui bilanci delle future, ignare giunte comunali.
7. Quali siano le precauzioni adottate dal Comune di Napoli al fine di evitare l’asimmetria di competenza a tutto vantaggio delle banche, e, nella fattispecie se siano state messe a confronto offerte di banche diverse per verificare quella migliore magari attraverso l’ausilio di tecnici competenti in materia capaci di smontare lo swap e quindi valutare le effettive perdite che l’operazione stessa avrebbe comportato.
8. Se sia possibile ricevere in tempi brevi copia dei contratti che fanno eventualmente riferimento a prestiti obbligazionari stipulati dal Comune di Napoli con le banche.
Andrea Santoro

Andrea Santoro